Della morte e della vita

Non è facile per me iniziare a scrivere questo articolo. È da tempo che voglio farlo ma allo stesso tempo ne ho molta paura. La mia passione per lo scrivere e per aprire blog vari è un chiaro indice del fatto che ho necessità di esprimermi (un bel quinto chakra blu brillante). Con l’espressione c’è sempre un certo grado di esposizione e internet fa paura perchè l’esposizione è possibile e non si sa mai dove si va a parare.

Ho paura di scrivere perché ciò che scrivo risulterà provocatorio, controverso e sicuramente non corretto politicamente. D’altronde manco i politici a volte sono politicamente corretti. Il mio blog al massimo se lo leggono parenti ed amici lo so, ad ogni modo mi spiace sempre rischiare di offendere o stimolare la sensibilità altrui. La mia osservazione riguarda questa pandemia, o almeno la chiamata tale. Vorrei subito dire che tutte le persone che hanno perso qualcuno a causa di questa situazione hanno tutta la mia solidarietà e a loro vanno tutti mi miei pensieri di amore. Parlerò di morte perciò forse volete rimandare questa lettura per il momento.

Prima che la pandemia diventasse tale, mi ricordo esattamente l’attimo in cui mia madre al telefono mi ha stava raccontando che l’Italia stava iniziando ad allarmarsi. Stavo camminando per le strade di Lisbona da sola e avevo pensato poco prima – dopo aver letto le notizie – che se un virus mortale stava arrivando e qualcuno si potesse offrire per morire mi sarei offerta. E non perché non mi piaccia la vita. Semplicemente se potessi “cederla” a qualcuno che ne ha più bisogno lo farei.

Pensare di morire vs accettare la morte di qualcuno

Qualche anno prima, c’era stato un chiaro momento in cui, mentre scoprivo che nel mio cervello ci sono dei buchi, avevo vissuto di colpo la paura di morire e la sua conseguente accettazione (il tutto avvenuto in una questione di attimi, e mi stupisco anche io di come sia stato veloce). In un momento ho pensato che se morivo ero già felice. Non mi è neanche venuto da piangere Non mi mancava niente e non avevo niente di irrisolto. Questa sensazione negli anni dopo si è rivelata liberatoria quanto alienante. Capirete voi che se non si ha più paura di morire in un certo senso la morte è più vicina, tanto che a volte mi sono ritrovata a pensare al suicidio. 

Poi sei mesi fa un mio amico si è ucciso. È stato devastante. Perdere qualcuno che ami è un’esperienza ben più difficile della propria morte. D’altronde la propria dipartita dal mondo porta inevitabilmente la cessazione della sofferenza. Se cessi di esistere cessi anche di soffrire. Mentre se  non siamo noi ad andarcene la sofferenza ce la prendiamo tutta. Non ho mai avuto la sensazione di non sapere come smettere di piangere e di non sapere come fare a comportarmi come una persona normale. Il dolore era così grande che non avevo alcun modo di controllarlo. Era lui a comandare e io non potevo fare niente se non viverlo.

Poche certezze, ma buone

Quindi, ecco anzitutto c’è questa questione della morte che comporta la sofferenza altrui. A pensarci bene però, l’uomo affronta la morte dall’inizio dei tempi ed è l’unica cosa che l’evoluzione non ci ha aiutato ad affrontare meglio.

La morte è l’unica vera cosa al 100% sicura della nostra esistenza. Ho provato a pensare ad un’altra cosa legata alla vita che è al 100% uguale e sicura per tutti e non l’ho trovata. Se la trovate sarò felice di sentirla. L’unica altra cosa che è abbastanza sicura è che se vivi almeno per qualche istante, respirerai e il cuore ti batterà.

C’è così tante possibilità e tante variabili nella nostra esistenza che non esiste quasi niente di certo, ma dato che ad adesso non conosco nessun immortale ne deduco che tutti gli uomini della storia che sono nati sono morti. Perciò muoriamo. 

#IoRestoAcasa per non morire

Adesso, qualche mese fa è arrivato qualcosa che come tante altre cose arrivate in precedenza uccide. 

Ciò che ha portato però è stata una reazione credo mai vista nella storia dell’umanità. Siamo rimasti a casa. Abbiamo smesso di lavorare e siamo stati a casa. Abbiamo cancellato i voli. Abbiamo chiuso le frontiere. Abbiamo annullato eventi: il calcio, i concerti. Per evitare che il sistema sanitario collassasse, nel caso dell’Italia. Per evitare di morire (che per carità è il primo degli istinti umani). 

La parole “senza precedenti” è stata ripetuta all’infinito. Ma di fatto l’unica cosa senza precedenti è la nostra popolazione (vasta e densa), l’età delle persone (in media molto più alta del passato il che si traduce anche in debolezza) e il grande attaccamento alla vita. Nessuna società come la nostra è stata mai in grado di post-porre la morte in maniera così diffusa. Nessuna società ha mai avuto ospedali come i nostri, né medicine come le nostre. Nessuna società ha mai avuto così tanto cibo a disposizione, così tanti prodotti per prendersi cura di noi stessi. Così tanti medici, così tanti psicologi, fisioterapisti e infermieri. In nessun altra società ci si è mai operati così tanto per allungare la vita. E ci siamo riusciti così bene che quando è arrivato qualcosa che ci uccide ci siamo sorpresi assai.

Quello che è senza precedenti è a nostra illusione di essere invincibili. 

Sovraffollamenti e manie di onnipotenza

Le società prima di noi avevano molto più chiaro nella mente il ruolo dell’uomo nel mondo. Potevano cercare quanti dei volevano, ma sapevano bene che se un giorno madre natura si svegliava male li spazzava tutti via in un soffio. E di fatto lo sappiamo anche noi. Abbiamo visto anche noi gli tsunami, i terremoti, le guerre. Chi di noi ha dovuto vivere queste tragedie da vicino con la morte ha confidenza. Perdere qualcuno che si ama è la cosa più dolorosa del mondo. Ma non è così improbabile come crediamo. 

Così come non è improbabile morire.

Di fatto la maggior parte di noi, prende per certo il fatto che invecchierà (e speriamo tutti che lo faremo), quando di fatto non è per niente scontato.

Non ci rendiamo conto che tutto ciò che ci siamo costruiti (tecnologia, comodità, industrie di ogni tipo, intrattenimento, medicina) non possono niente contro l’inevitabile fatto che moriremo

Moriremo e meno male lo faremo. Un’esistenza senza fine sarebbe insopportabile. Ci suicideremo o uccideremo tra di noi, anche perché se ancora fossimo in grado di riprodurci, ci uccideremo per necessità perché saremo troppi. 

La verità è che moriremo un giorno, quando natura o gli dei lo vorranno. E non ci sarà #iorestoacasa che tenga. Cosa ne volete fare delle vostre vite prima di morire? Questa secondo me è l’unica risposta che vale la pena di ricevere risposta. 

E non raccontatemi delle cose che volete fare e di quanti paesi volete visitare. Raccontatemi di cosa volete portare in questo mondo. Raccontatemi di cosa volete dare.

Una breve guida alla pratica yoga in gravidanza

Come state belle anime bloccate a casa dal coronavirus? Come si evince dal mio articolo precedente, per me l’emergenza ha voluto dire rinunciare ad una delle mie abitudini più solide: viaggiare. Non solo, mi ha sconvolto totalmente non solo i piani ma tutte le ragioni di attesa e lavoro dell’ultimo anno. 

Sicuramente, questo virus ci da l’ottima opportunità di stare un po’ a casa con i nostri tempi e con il nostro dolce far niente. Vi eravate dimenticati cosa voleva dire vero? Beh, spero ve la stiate cavando bene e state iniziando un po’ di meditazione, cogliendo l’occasione di avere quel che diciamo di non avere mai: il tempo. 

La solitudine delle gravidanze

Personalmente trovo la cosa più difficile di questa emergenza non vedere i miei amici e le persone a cui voglio bene, soprattutto perchè la maggior parte dei miei amici ha appena avuto figli o ne attende. Proprio a chi è in dolce attesa si rivolge questo post!

La gravidanza è un momento molto particolare, durante il quale normalmente la donna si raccoglie sì in sé stessa e nel nuovo senso di maternità che si crea non appena si sa di portare in grembo una vita, ma si circonda anche delle donne che prima di lei hanno già vissuto questa esperienza, raccogliendo consigli (che poi selezionerà minuziosamente) e condividendo insieme alle amiche e alle donne più vicine l’intimità e profondità di questo momento. 

Bene, questo virus ha decisamente sconvolto un po’ questi ordini. Tutte le mie amiche che in questo momento sono in dolce attesa si trovano in casa, senza neanche poter vedere le loro madri né le loro amiche, non solo! Con tutte le nuove procedure a cui sono soggette nel nostro sistema sanitario pubblico, sono anche costrette ad andare negli ospedali (con autocertificazione) e fare le visite (da sole perchè non ci può essere nessun altro nella stanza, neanche il compagno) per misurare organi e quanto altro. 

Certo non un momento proprio facile. E poi si sa, non siamo più abituati ad avere tempo e avere improvvisamente tutto questo tempo da passare DA SOLE e senza l’appoggio dei propri affetti in un momento COSì importante deve essere proprio difficile.

Ecco qualche spunto su cosa fare: 

  1. Tenere un diario dove appuntare i cambiamenti del proprio corpo e il fluttuare del vostro umore
  2. Sul suddetto diario, fare una sessione di “centratura” e scrivere una lista di almeno 5 cose belle che desideriamo per la vita in arrivo. Potete anche pensare che un giorno farete leggere la lista al vostro bambino quando sarà grande. 
  3. Inventarvi qualche ninna nanna speciale per il vostro bambino, legata alla storia della vostra famiglia
  4. Se siete al primo figlio, fate un rito di passaggio dal ruolo di figlia al ruolo di madre. Potete visualizzare voi stesse da bambine e ringraziare la vostra mamma per avervi portato fino a qua.
  5. Fatevi tante coccole! Massaggi ai piedi, alla testa e perchè no al cuore (per me si fa benissimo con una bella sessione di mantra)
yoga in gravidanza
Flower detail in spring

Yoga e gravidanza 

Ma si può fare lo yoga in gravidanza? Cosa conviene evitare e cosa conviene fare? La verità è che non c’è nessun grande mistero riguardo allo yoga e alla gravidanza! Ovviamente potete fare yoga! L’unica cosa è stare attenti a non forzare troppo gli addominali, non fare troppe torsioni e soprattutto – ma in realtà è una regola che vale per chiunque – rispettare il proprio corpo e i messaggi che ci manda. 

Se siamo stanche fermiamoci e se sentiamo che qualcosa non è adatto a noi non lo facciamo! 

Cos’altro c’è da sapere? 

  1. Il rispetto per il bambino prima di tutto. Si vede tante mamme yogice su Instagram che performano inversioni e posizioni a testa in giù con il pancione. Direi che la regola base è sempre il buon senso! Se siete delle assidue praticanti yoga sapete bene cosa potete o non potete fare. Se siete all’inizio, prendetevela con calma. Iniziate con posizioni semplici
  2. Su quali posizioni focalizzarsi per praticare yoga in gravidanza 
    • posizioni che rinforzano le gambe, come ad esempio la posizione del guerriero, che permette di avere un bell’equilibrio. Se preferite e ne avete, usate una bella palla gonfiabile per aiutarvi. 
    • Posizioni per la flessibilità di anche, caviglie e gambe
    • posizioni di rilassamento per il pavimento pelvico (es. posizione del bambino adattata)
  3. Ma soprattutto…il respiro!
    • Dedicatevi al respiro, ascoltando bene il vostro corpo che si muove con il respiro e immaginando il vostro respiro come il vostro ritmo: il tuo e quello di tuo figlio
    • Dedicatevi a rilassare la mente: ma che bel regalo da fare al nascituro! Pace, relax e sensazioni positive.
  4. Om, ram, lam: date spazio alla vostra voce
    • Si sa, il bambino inizia a sviluppare l’apparato uditivo fin dalle prime settimane e a riconoscere le voci dalla ventesima settimana. Lo yoga è una pratica che può coinvolgere la voce e le vibrazioni: gli om (che tra l’altro rappresentano la sillaba sacra), i mantra, e il respiro dell’ape (un om con la bocca chiusa). Sentitevi libere di incorporare la vostra voce! Sarà un modo per “cullare” il bambino e una volta nato la vostra voce ricorderà quel momento così pacifico dentro il grembo (diciamolo, è il posto più tranquillo dove si possa stare al mondo). Non solo, l’uso della voce può essere utile poi anche durante il parto! 
yoga in gravidanza

Conclusioni

Nello yoga in gravidanza come nello yoga in generale vi consiglio di trovare il vostro stile e il vostro cammino. Ci sono così tante cose dello yoga che vi possono essere utili in questo meraviglioso momento di attesa e di scoperta. 

Vi auguro uno stupendo cammino a voi tutte meravigliose future mamme! Scrivetemi pure se avete domande o volete qualche consiglio specifico. Specialmente a quelle che ho visto crescere accanto a me! Mi mancate!

Felicità apparente: benvenuti nel mondo dei selfies yogici

La gioia ai tempi del Corona Virus

Ieri ho fatto un post su mio profilo Facebook. Avevo appena scoperto che la conferenza Yoga a cui lavoro da un anno che si doveva tenere a Los Angeles è stata rimandata a causa del Corona Virus che sta mettendo la nostra società a dura prova, tra quarantene e voli bloccati. Non solo, avevo anche un volo per l’Italia (senza uno di ritorno) e la forte possibilità di non riuscire a tornare una volta arrivata. 

Ovviamente mi è dispiaciuto tanto. Non solo avevo lavorato molto all’evento e lo avevo atteso con tanto ardore, ma ero anche un po’ preoccupata, essendo la responsabile del Marketing, che il numero dei partecipanti non fosse abbastanza. Forse per questo, o forse semplicemente per la mia attitudine di prendere le cose con positività, sono rimasta sì delusa, ma una parte di me si è sentita più leggera. Non dovevo più prendere un aereo per gli Stati Uniti e gestire spostamenti da e per aeroporti. 

Anche l’ipotesi di non tornare in Italia mi ha lasciato spiazzata, ma lievemente anche “liberata” da impegni e visite mediche che non voglio fare. Tutta contenta della mia reazione, ho scritto un bel post sul mio profilo personale dicendo di quanto mi sentivo fortunata di essere rimasta bloccata in un paese in cui mi sento a casa e di come ero serena davanti al totale sconvolgimento dei miei piani in un solo momento. Non solo, mi vanto anche di come il mio spirito di viaggiatrice sta accettando con gioia la sensazione di non poter viaggiare e come porta pace alla mia esistenza.

Dei selfie yogici e i loro cuori

Come tutte le foto che metto dove si vede di fatto la mia figura, i like piovono e il mio ego gioisce delle attenzioni e l’affetto che mi arrivano dagli amici che ho sparsi per tutto il mondo e se ne va a letto contento la sera cioccolato da tante conferme della sua importanza. 

Il giorno dopo mi sveglio. Mi assalgono i dubbi: forse è stupido perdere i soldi del biglietto, che peccato non vedere la mia famiglia, mi faccio intimorire da un virus?, cosa faccio adesso che ho i giorni liberi e nessun posto dove andare? Moriremo tutti con la polmonite? Preferisci morire in Italia o in Portogallo? 

Insomma un sacco di sensazioni per niente piacevoli che mi porto dietro per due giorni, mentre intanto mi torturo con il partire-non partire tempestando di messaggi i miei migliori amici alla ricerca di consigli utili. 

E la mia grande capacità di accettazione? Il mio spirito di adattamento? La mia pace interiore? 

Cosa faccio, cancello il post? Che peccato per tutti quei cuori però…Metto un aggiornamento? 

Lascio stare alla fine, che mi pare esagerato prendermi così tanto sul serio. Intanto c’è un’immagine là fuori di un’Isadora raggiante che invece di preoccuparsi del virus e del suo paese fa yoga tra gli azulejos. Un’immagine che gli altri guarderanno pensando: “vedi come è zen lei”. Se sapessero delle mie ultime due giornate a mangiare cioccolata davanti a Netflix! 

Così ho contribuito anche io alla mia parte nel rendere i social media il regno della felicità apparente. Se un giorno, come è successo ad altre persone, cadrò in depressione la gente dirà “Eppure sembrava tanto felice nei suoi selfies yogici”. Ebbene no, va detto. Le foto raccolgono attimi. La gioia si pavoneggi ai 4 venti e il dolore e tristezza si nascondono. Quei cuori e quel sorriso sono un attimo sospeso nell’eterno fluire delle mie emozioni e stati d’animo ondeggianti. 

Social Media e felicità

Nessun selfie yogico rappresenterà mai il mio vero sentire.

Noi insegnanti yoga non siamo sempre felici nè sereni.

Umani come tutti, alti e bassi, tra una posizione del bambino ed un albero.

Se mi incontrate per strada, chiedetemi come sto. Casomai ci scappa pure la lacrima e ci abbracciamo un po’ per consolarci e farci forza per affrontare questo momento difficile durante il quale il mio paese combatte un virus nuovo e io bella bella ai confini dell’Europa faccio yoga nei cortili. 

La prossima volta provo pure a mettere un bel selfie delle lacrime, ma ci vuole coraggio a mostrare il dolore.

Da un Ashram ad un Call Center

Considerazioni sullo Yoga e stili di vita odierni

Sono passati già 4 mesi da quando sono arrivata in Portogallo. Il tempo vola dicono ed è vero. Mi sento proprio come se fossi appena arrivata. A volte mi rendo conto di essere in una città nuova e mi chiedo: come mi sono ritrovata qua e come mai mi sento già così a casa?

E’ stata una decisione improvvisa quella di trasferirmi. Avevo tutt’altri piani. Dopo il mio meraviglioso viaggio in solitaria a giro per Asia e Oceania avevo già deciso il mio destino: trovare una comunità spirituale dove vivere per un po’. In Italia, per star vicino alla famiglia. 

Il problema è che le comunità spirituali sono più devote di me! La mia ricerca, e le forze dell’universo, mi avevano poi spinta all’Ashram con cui ho convissuto tutta la mia infanzia: Villa Vrindavana, il centro ISKON un tempo tra i più grandi di Europa proprio di fianco a casa di mia mamma. Un luogo immerso nel verde e nella bellezza, dove ormai pochi devoti vivono sereni con le loro mucche e una villa settecentesca (credo). Un tempio di ispirazione induista in mezzo alla Toscana con dipinti di Krishna all’Europea. Proprio in questo luogo sono diventata insegnante di yoga 3 anni fa.

Come rivoluzionare la propria vita in 5 minutii

Ho passato perciò l’estate in preparazione di questo grande passo. In me continuava ad agitarsi un dubbio: sono pronta a rimanere in Italia di nuovo per un po’? E soprattutto: sono pronta ad una vita spirituale?

Alla fine la risposta è arrivata mentre ero a Londra e cercavo nuovi clienti nel digital marketing (una delle mie professioni, principalmente quella che mi permette di comprare i biglietti aerei per viaggiare e pagarmi l’affitto). Come faccio da sempre, quando cerco non escludo mai nessuna opzione: un po’ perché sono fatalista, un po’ perché nella vita vorrei fare di tutto. Dato di fatto è che il destino sceglie per me strade sorprendenti (mi ha portato già in Kenya e in Turchia). Così, tra le candidature che ho mandato per professionisti multilinguistici, non mi sono fatta mancare Portogallo e Spagna

Qualche giorno dopo, ho ricevuto l’invito per una posizione a Lisbona in un progetto di Facebook. Bellissimo! Full-time. “Non so se ce la posso fare”. Vabbè, intanto il colloquio lo faccio. Il risultato arriva dopo pochi giorni. Il tuo colloquio ha avuto esito positivo, devi essere qua tra un mese. Ti diamo alloggio e training. Ti veniamo pure a prendere in aeroporto. 

E il mio istinto si fa sentire e mi sussurra che questa è l’opzione giusta per me in questo momento. Proprio come un soffio all’orecchio. Lo seguo fedele, come ho sempre fatto.

4 mesi in un Call Center: come fare yoga lavorando

Ed eccomi qua 4 mesi dopo. L’azienda per la quale lavoro si chiama Teleperformance e ha circa 10.000 dipendenti in Portogallo. Gestisce servizi di assistenza clienti e altre sorte di servizi in 35 lingue. Il mio piano contiene circa 200 anime. Dipendenti di ogni età e provenienza, che ogni giorno si siedono ad una scrivania davanti ad un computer con niente appresso se non le loro bottigliette di acqua senza etichetta e lavorano per 8 ore attaccati a degli schermi. 

Se qualcuno me lo raccontava che mi sarei ritrovata qua non ci avrei creduto. Ho addirittura dei pannelli attorno alla mia scrivania che mi impediscono di vedere i miei colleghi. 

Eppure, dalla mia modesta postazione, gioisco – con sorpresa- delle opportunità che mi presentano nella mia giornata lavorativa. 

  • Parlo tutte le lingue che conosco ogni giorno
  • Posso usufruire di acqua filtrata tutto il giorno senza consumare plastica
  • Trovo nuovi amici senza cercarli
  • Ascolto tante persone, risolvo i problemi e cerco di farmi capire al meglio

Come praticare yoga a lavoro

Questa è la prima volta che ho un lavoro full time da quando sono diventata insegnante di yoga. Anzi, da quando ho iniziato a insegnare ho gradualmente lasciato il lavoro di ufficio, spaventata da quella sensazione di prigionia che ne deriva. Direte voi: cosa cambia adesso che sei insegnante di yoga? Cambia tutto

Cambia il modo in cui penso al lavoro, il modo in cui interagisco e affronto le mie difficoltà. Non solo. Questa volta la scelta di essere in un lavoro full time è una scelta consapevole e volontaria.  Infatti, ultimamente insegnando yoga mi sono resa conto di quanto era ipocrita parlare di come disfarsi dello stress della giornata quando io stessa non sapevo più cosa volevo dire essere stressata oppure dover stare 8 ore al giorno davanti al computer. 

Avevo fatto nell’ultimo anno il passaggio che mi allontanava dalla vita “normale” così come la intendono molti per gradualmente dedicarmi solo allo yoga.

Al momento di scegliere se andare a vivere nell’Ashram di ISKON o andare a lavorare a Lisbona per un’azienda internazionale mi sono resa conto che la vita di Ashram si addiceva a me, ma una volta entrata sarebbe stato difficile tornare indietro.

Il lavoro invece che mi si proponeva era un’opportunità per trovarmi di nuovo a contatto con lo stress di cui tanto parlavo durante le mie lezioni e imparare ad applicare tutti gli insegnamenti che lo yoga ha portato nella mia vita  a contatto con la vita “normale”.

Una volta arrivata nella mia nuova stanzetta nella mia nuova città (quante stanzette ha già abitato questo corpo) ho preso dei post-it per ricordarmi ogni giorno cosa sto praticando in questo lavoro: 

  • Compassione: nel mio lavoro è essenziale sapersi mettere nei panni dell’altro. Non dare niente per scontato e non giudicare. Come il giudizio entra nella mia testa, diminuisce drasticamente la capacità di aiutare.
  • Umiltà: le persone mi contattano a lavoro per risolvere problemi, ma a volte la soluzione non ce l’ho seduta stante. Sento l’ego che picchia forte e vorrebbe far finta di sapere tutto e subito e non mostrare mai le debolezze. Respiro e cerco di ricordarmi che nessuno è perfetto e l’umiltà è la migliore fonte di apprendimento
  • Pazienza
  • Concentrazione
  • Distacco: da tutta la rabbia, frustrazione, arroganza che a volte le persone ti gettano addosso.

Così ogni giorno che siedo al mio computer e ricevo richieste di persone che non conosco: mi armo di pazienza e compassione e ascolto, condisco il tutto con concentrazione e umiltà e mi metto nelle loro scarpe per aiutarli al meglio a risolvere, all’occorrenza cerco la mia capacità di distaccarmi e non assorbire le energie negative. 

Lavorare improvvisamente diventa una palestra per essere una persona migliore, ogni giorno.

Come va? Alti e bassi. Momenti in cui mi sento orgogliosa di ciò che riesco a fare e momenti in cui vorrei fuggire via.

Ma sono felice, ed estremamente grata, per tutto quello che ho modo di praticare ed apprendere. 

E lo yoga lo pratico sul mio balcone circondato da palazzi di periferia. Per tornare ad insegnare, aspetterò ancora un po’!

L’illuminazione è quando l’onda si rende conto di essere l’oceano stesso

Thich Nhat Hanh

Le Aspettative Sugli Altri: Come Superarle

Le Aspettative: come non lasciarsi ingannare da quello che la nostra mente si aspetta.

Alla nostra mente piace progettare e proiettare. E lo fa in maniera ingenua: vuole risparmiarci tempo e cerca a suo modo una linearità nella vita, che la renderebbe più semplice. Purtroppo però, quello che la nostra mente proietta e progetta non corrisponde necessariamente con la realtà e a volte queste aspettative non mantenute finiscono per romperci il cuore. Pensate a tutte le volte che i vostri amici, partner o parenti non si sono comportati come avreste voluto! Abbiamo anche il coraggio di arrabbiarci in alcuni casi anche se gli altri non ci hanno promesso un bel niente e le nostre aspettative sono solo frutto della nostra mente! 

Le aspettative altro non sono che la rappresentazione di come, secondo noi, dovrebbero andare le cose. Peccato che queste rappresentazioni a volte non prendono minimamente in considerazione che ci sono fattori che non dipendono da noi e comportamenti che appartengono agli altri che sono coinvolti in questa rappresentazione futura su cui non abbiamo influenza.

Atteggiamento positivo e aspettative

Che siano aspettative sugli altri, su cose che ci accadono o su noi stessi, le aspettative ci aiutano poco nella vita di ogni giorno! 

C’è una bella differenza infatti tra il portare avanti un atteggiamento positivo verso il futuro e avere un progetto ben pensato e costruito su un certo lato della nostra vita (che comunque si può rivelare poi non applicabile) e aspettarsi qualcosa dagli altri o da se stessi, soprattutto se queste aspettative non prendono in considerazione affatto la realtà delle cose. 

Un atteggiamento positivo è più efficace se portato avanti con una buona dose di distacco verso ciò che sarà e consapevolezza del fatto che non tutto dipende da noi. Questa presa di coscienza è molto importante per sentirci un po’ meno “super-uomini” e un po’ più umani. Nella società di oggi si celebra molto il successo e l’arrivismo, e molto meno la tranquillità e l’accettazione. Anzi, nel concetto moderno di “accettazione” esiste una connotazione negativa, di arrendersi e non saper lottare. Di fatto ci sono situazioni e situazioni e a volte l’accettazione può portare solo gioia

Come liberarsi dalle aspettative?

Si può vivere senza proiettare aspettative sugli altri e su noi stessi? È possibile non avere aspettative verso i propri parenti, i nostri partner o i nostri amici? Sicuramente un minimo di “aspettativa” ci sarà sempre. Ci aspetteremo di essere amati dalle persone che ci stanno vicine. Il problema è sempre quello della relatività: chi decide cosa vuol dire essere amati? Come sappiamo che “la quantità” e la “qualità” di amore che ci aspettiamo siano possibili per gli altri? 

Un grande nemico dell’aspettativa è la consapevolezza che tutti percepiamo le cose in maniera diversa! Perciò quello che per una persona può essere una prova d’amore, per un’altra può essere una bazzecola! Prendiamo l’esempio più superficiale: un mazzo di fiori per qualcuno può essere un grande gesto di amore e per altro semplice romanticheria! Usare il cellulare mentre si siede a tavola per qualcuno è segno di disinteresse, per l’altro può essere semplice abitudine! Non puoi mai sapere come gli altri interpreteranno le tue azioni, così come gli altri non sanno come tu interpreterai le loro!

Il miglior modo perciò di vivere le proprie aspettative è di riconoscere innanzitutto quando qualcosa ci delude e chiederci cosa esattamente ci ha deluso. È stato qualcosa che qualcuno ha fatto che realmente ci porta danno o semplicemente si discosta da come noi ci saremmo comportati o come avremmo voluto che la persona si comportasse?

Il secondo modo è di rendere palesi i nostri bisogni e i nostri desideri! A volte ci aspettiamo che gli altri capiscano quello che vogliamo ma la verità è che ciascuno è immerso nella propria vita e nei propri guai e non abbiamo il tempo (o almeno ci sembra di non averlo) di osservare e ascoltare l’altro, per cercare di percepirne l’indole e la propensione! Alla base di questo  “egocentrismo” che ci porta a guardare a noi stessi e poco agli altri finiamo per non capirci e trovarci in situazioni di conflitto. 

Il terzo trucco è anche di chiedersi quanto le aspettative che riponiamo negli altri riguardano gli altri o noi! Abbiamo bisogno di particolari cure e attenzioni? Chiediamoci cosa ci è successo durante il giorno e di cosa ci ha portato a sentire così in cerca di conferme e cerchiamo di trovarle in noi stessi piuttosto che negli altri! 

A volte, chi fa per se fa per tre!