La pratica dei mantra

Chi mi segue, e chi mi conosce, sa bene quanto la pratica dei mantra costituisca parte fondamentale non solo della mia pratica yogica, ma della mia vita quotidiana.

Credo sia iniziato tutto quando ho incontrato Jahnava Sundari, che tra tutte le mie maestre di yoga è stata la prima ad accogliermi con i mantra ad inizio e conclusione della lezione di yoga.

Mi ricordo di aver sentito immediatamente che questo era un tassello fondamentale che mancava nella mia pratica yogica.

Cosa sono i Mantra

La parola mantra è costituita dall’insieme di due termini: il verbo sanscrito man (VIII classe “pensare”, da cui deriva la parola manas: “pensiero”, “mente”, “intelletto”) e il suffisso tra derivante dal verbo sanscrito kṛt, (“che compie”, “che agisce”, “che fa”).

Di fatto, nella pratica, ci si riferisce ai mantra come la ripetizione di parole o frasi, solitamente insegnate da un maestro.

A cosa servono i Mantra?

Bene, direte voi, ma a cosa serve ripetere delle parole o delle frasi? Se ci pensate bene, pressoché in ogni religione esiste la ripetizione. Sia questo riferito come rosario nel cattolicesimo, namas nell’islam o japa nella tradizione induista.

La ripetizione rafforza l’intenzione nella mente, imprimendo la preghiera, e aiuta nella concentrazione. Se volete averne un’esperienza voi stessi, potete provare con qualche facile ripetizione dei bija mantra, i mantra seme che si riferiscono ai Chakra, i 7 principali vortici energetici del nostro corpo sottile.

Come scegliere il proprio Mantra?

Nella tradizione vedica, era il maestro ad assegnare i mantra al discepolo. Ai giorni nostri, con l’avvento di internet, esistono molteplici versioni youtube di qualsiasi mantra possibilmente immaginabile. Sarà questo una perdita delle tradizioni o un’evoluzione dei tempi?

Contattatemi se volete sapere quale mantra è il più adatto a voi!

Qua sotto, trovate il Mantra talvolta chiamato Shanti Mantra, dedicato a maestri e discepoli.

ॐ सह नाववतु ।
सह नौ भुनक्तु ।
सह वीर्यं करवावहै ।
तेजस्वि नावधीतमस्तु मा विद्विषावहै ।
ॐ शान्तिः शान्तिः शान्तिः ॥
Om Saha Naav[au]-Avatu |
Saha Nau Bhunaktu |
Saha Viiryam Karavaavahai |
Tejasvi Naav[au]-Adhiitam-Astu Maa Vidvissaavahai |
Om Shaantih Shaantih Shaantih ||

Proteggiamoci gli uni con gli altri (Maestro e allievi).
Nutriamoci insieme
Lavoriamo insieme con grande vigore
Possano i nostri studi essere illuminati
Possa nessun ostacolo sorgere tra di noi

Buone ripetizioni a tutti!

Segui il mio canale youtube per ascoltare altri mantra!

Il Grounding: camminare a piedi scalzi

Ovvero i benefici di camminare a piedi nudi

In questo viaggio che ho appena concluso, ho avuto un sacco di occasioni per camminare a piedi nudi.

Prima di tutto perché agli australiani piace un sacco camminare a piedi nudi, e perciò quando potevo mi sono adattata.

Seconda di poi perché ho vissuto per un mese in un centro yoga in campagna, dove stare senza scarpe veniva molto facile, se non del tutto naturale! Non c’erano strade che avessero bisogno di scarpe!

Ho poi continuato per templi induisti e buddisti, dove le scarpe sono assolutamente vietate.

A Bali in realtà sarebbe buona norma togliersi le scarpe solo per entrare nei negozi e nelle case, e tenerle per camminare in strada, così da non portare lo sporco nei luoghi chiusi. A dire la verità, anche lì le ho portate poco, soprattutto perché ero spesso in spiaggia, oppure a fare yoga.

Dolori e piaceri di camminare a piedi nudi

Ho avuto modo di sperimentare tutti i piaceri e i dolori di camminare a piedi scalzi.

Tra i piaceri: il saper sentire cosa calpesto! L’erba, la terra, la sabbia, la pietra. Sentire il contatto con la pelle e le diverse sensazioni nel piede. Tra i dolori: sassolini, leggenti e quant’altro che ferisce (anche se il fatto che in Oceania i pruni non esistono rende le cose molto più facili).

Camminare a piedi nudi per ritrovare l’equilibrio

Inoltre, per me che soffro di equilibrio instabile, camminare a piedi scalzi è un buon modo per sentire dove metto il piede e potermi fidare del terreno che pesto, mentre invece quando cammino con le scarpe la sensazione che ho è quella di non sapere bene come appoggiare il piede. Infatti, camminare a piedi nudi un buon esercizio per mantenere allenate e sveglie tutte le terminazioni nervose che ci sono nel piede. Un’altra cosa bellissima del camminare scalza è il piacere di sentire la natura: il calore del suolo a seconda dell’ora del giorno e della temperatura. Tutte cose che ormai ci siamo un po’ dimenticati

Grounding come terapia

One footprint on sand with small shells

Poi, leggendo qua e là, ho scoperto che camminare a piedi scalzi è diventato di moda e che ha anche un nome, ovviamente preso in prestito dall’inglese:

il “grounding”, da “ground”, terreno, suolo, ma anche base. Il “grounding” si potrebbe probabilmente tradurre letteralmente “tenere a terra”.

L’argomento a favore di questa pratica è quello di favorire una connessione ormai perduta tra uomo e terra. 

Se ci pensate è pur vero che la maggior parte della nostra vita la viviamo con le scarpe ai piedi (tranne quando dormiamo ovviamente).

Che sia una cosa di moda o no, vi consiglio di uscire e camminare un po’ a piedi scalzi nei vostri giardini, nei campi, in spiaggia, e perché no, anche sull’asfalto! 

Attenti alle brutte cose che gli altri umani lasciano in giro però! Da questa parte del mondo, questa terra l’abbiamo contaminata ben bene putroppo!

Meditazione Vipassana in Thailandia

Sono appena uscita da 5 giorni di vipassana. Cinque giorni di meditazione senza parlare con nessuno, senza scrivere, senza leggere, ma soprattutto senza fare yoga (il che è stato possibilmente la parte più difficile di tutto il percorso)! Il luogo dove ero era qualcosa di magico! Un tempio sulle montagne proprio davanti a Chiang Mai, dove sono custodite delle reliquie di niente meno che di Buddha! Per i praticanti vipassana, c’è una piccola sezione riservata alle pendici del cucuzzolo subito dopo tutte le case dei monaci attorno al tempio.

Wat Doi Suthep, Chiang Mai

La sistemazione era veramente super basica, ma in compenso l’atmosfera era tremendamente intima e il monaco che si prendeva cura di noi lo faceva con tutto il cuore! Il programma della giornata iniziava alle 5:30 con una breve lezione sul buddismo, colazione alle 7  (principalmente a base di riso), sessione di meditazione, pranzo alle 11 (e con questo l’ultimo pasto della giornata era servito), incontro con il monaco a 12 per definire il programma della meditazione della giornata, pratica di meditazione fino alle 6, quando arrivava quello che ormai era diventato l’atteso appuntamento delle preghiere in lingua incomprensibile insieme al medesimo (una delle mie parti preferite della giornata, ad ogni modo) e conseguenti altre due ore di meditazione prima di andare a letto alle 9.

La meditazione si svolgeva in 15 minuti di meditazione camminata e altri 15 di meditazione seduta, una pausa di 5/10 minuti per poi riprendere il ciclo. Gradualmente, il monaco ci impartiva meditazioni sempre più lunghe e camminate sempre più lente.

Meditazione Vipassana Thailandia

Per quanto abbia apprezzato avere lo spazio e il tempo per meditare quanto volevo (e la silenziosa ma preziosa compagnia degli altri meditatori) è stato veramente difficile per me non fare yoga, né tai chi (si, che è diventata nel frattempo la mia nuova passione). Ovviamente, meditando tutto il giorno, sono finita anche a pensare molto, e ho avuto così tante idee come al mio solito che ormai credo di aver bisogno di almeno due vite per poterle realizzare tutte!

Per il resto, non poter parlare con nessuno, nè usare il telefono è stata una grande liberazione! All’inizio è stato forse un po’ strano avere persone attorno e non fare conversazione, ma poi quando ti abitui trovi veramente la tua intimità e il tuo silenzio interiore! Abbandonare il telefono invece è una cosa che tutti dovremmo fare almeno una volta al mese per qualche giorno credo! Porta un sacco di lucidità di mente! Mi è piaciuto così tanto che è stato persino difficile riaccenderlo alla fine dei cinque giorni! Come se una parte di me non volesse tornare a quella iperconnettività con il mondo alla quale ormai siamo abituati!

divisa della meditazione vipassana

Anche la divisa in bianco che abbiamo indossato è stato qualcosa che ho abbandonato con difficoltà! Credo che la bellezza fosse nell’avere un colore così neutro addosso e il fatto di essere immediatamente riconosciuti come persone intente in qualcosa di speciale! Chissà, forse è una divisa che adotterò più spesso!

5 consigli di mindfulness quotidiana

Mindfulness è diventato una parola piuttosto di moda negli ultimi anni.

Un termine inventato da Jon Kabat-Zinn, biologo e professore presso l’Università del Massachussets che, a fine anni ‘70, sviluppò un protocollo per introdurre la meditazione come strumento della medicina moderna. A tale scopo, la spogliò da tutte le connotazioni spirituali, in modo che potesse essere di facile approccio in Occidente. Le pratiche di mindfulness fondamentalmente sono pratiche di consapevolezza e concentrazione sul presente e io personalmente le adoro!! Anzi, è stato proprio a seguito di un percorso mindfulness (Mindfulness Based Stress Reduction, MBSR) che ho deciso di fare il mio primo corso per insegnare yoga. Se siete interessati, vi consiglio di approfondire! Questo è quello che ho fatto io, insieme alla Dott.ssa Marika Nuti!

 

Adesso, in realtà la cosa più bella è portare la consapevolezza nella nostra quotidianità. Ecco 5 consigli per portare più consapevolezza nella vostra vita!

 

1 – Mangiare mangiando

Come mangiate di solito? Quanto tempo vi concedete? E soprattutto, cosa fate mentre mangiate? C’è chi legge, chi guarda la tv, chi guarda il telefono, chi ama mangiare in compagnia e fare due chiacchiere. Spesso a lavoro succede, purtroppo, di mangiare di fretta e senza realmente prestare la minima attenzione al gesto. Anzi, mangiamo solo perché abbiamo bisogno di energia. Questa pratica mindfulness è semplicissima. Almeno una volta a settimana, assicuratevi di mangiare con consapevolezza. Osservate bene il vostro piatto, cercate di immaginarne i sapori, costruite i vostri bocconi con dedizione, sperimentate i sapori con attenzione. In questo modo, mangerete anche più lentamente, dando il tempo al vostro stomaco di mandare i segnali di sazietà al cervello! Sia mai che vi aiuti anche a stare più in forma!

 

2 – Disattivare il pilota automatico

Per chi di voi guida, avrete fatto caso come la maggior parte delle volte quando guidiamo non prestiamo la minima attenzione alla strada che facciamo, soprattutto se è un percorso che facciamo spesso, come quello da casa a lavoro o da casa nostra a casa del compagno-amico-genitore-fratello-sorella. Questa modalità di guidare in “pilota automatico” porta anche a seguire le distrazioni: il telefono, la radio, cercare di fare altre cose mentre guidiamo. Almeno una volta su 5, cercate di guidare portando l’attenzione alla strada, alle macchine attorno a voi, senza vivere il momento della guida come un momento di transizione di cui vediamo solo la meta. Guidiamo con attenzione! Non sia mai che per strada si trovino stimoli interessanti!*

 

* Variante per i non guidatori: portare l’attenzione al vostro percorso più abitudinario  in bici-autobus-a piedi.

 

3 – Ascoltare il respiro

Il re delle pratiche di consapevolezza e di meditazione: il respiro. La più banale delle pratiche, ma anche la più importante da incorporare nella propria vita. Il respiro è un processo spontaneo che compiamo all’incirca 16 volte al minuto. Da dove iniziare? Beh, avete mai pensato che è grazie al respiro che viviamo? Se non respirassimo il nostro cuore si fermerebbe e così tutto il nostro corpo. Quale motivazione migliore per celebrare il nostro respiro concedendoci almeno un minuto al giorno per notare il nostro respiro. Non abbiamo bisogno di fare niente di speciale: solo cercare di percepire l’inspirazione, la breve sospensione, l’espirazione. Cercate il movimento del respiro nel corpo: la cassa toracica, l’addome, la gola. Ascoltate il ritmo e i momenti di apnea. I momenti migliori? Quelli di attesa! Invece di scalpitare, lasciarvi prendere dallo stress o dalla fretta, provate ad ascoltare il respiro!

 

4 –  Ascoltare profondamente

Normalmente, quando ascoltiamo qualcuno, pensiamo ad altro. Prima di tutto iniziamo a formulare la risposta, così da non avere tempi di silenzio quando l’interlocutore avrà finito di parlare. In secondo luogo, spesso ci vengono in mente cose relative a quello che ci viene detto che riguardano quello che ci è successo, quello che dobbiamo fare oppure anche le nostre emozioni riguardo alla cosa di cui si parla. Altre volte, siamo semplicemente disattenti e pensiamo ad altro. Bene, almeno una volta a settimana prova ad ascoltare qualcuno con tutto te stesso/te stessa. È semplicissimo da spiegare ma può essere difficile da fare. Lasciate che il vostro interlocutore parli e ascoltate ogni singola parola. Cercate di non formulare giudizi, risposte, idee, connessioni. Cercate di ascoltare e basta, come se voleste ricordare tutto quello che viene detto!

 

5 –  Ascoltare le emozioni

Questo esercizio richiede un po’ di pratica alla consapevolezza. Diciamo che è un po’ più “avanzato”, ma può cambiarvi veramente la vita, soprattuto se soffrite di attacchi di rabbia o se siete molto volubili. Per riuscire ad ascoltare le nostre emozioni durante la giornata, dobbiamo prima di tutto essere in grado di riconoscerle. Ad esempio in quei momenti dove siamo invasi da una sensazione di fastidio e intolleranza verso tutti e tutto, ci fermiamo un attimo e cerchiamo di capire da dove viene questa sensazione. Prima di tutto: cosa sentiamo esatattamente? E come si riflette al di fuori? Cosa stiamo comunicando inconsciamente e perchè? Una volta identificata la sensazione e l’emozione a questa legata, possiamo prenderci qualche momento per “assaporarle”. Il passo successivo? Lasciarle andare!

 

Questi sono 5 esercizi di mindfulness molto semplici alla portata di tutti! E casomai potrebbero anche fare comodo in queste feste natalizie per affrontare i nostri vari ritrovi con i parenti e i tanti appuntamenti sociali! Buon inizio 2019 a tutti!

Dolore cronico e yoga: il distacco

Dolore cronico: quell’ospite inatteso

In questi giorni non riesco a non pensarci. Al fianco e al braccio destro sento un dolore muscolare che non se ne va. Non è il dolore di quando hai sforzato i muscoli e neanche quello di quando hai preso una botta. E’ come se il muscolo non si riuscisse a rilassare e si lamentasse tutto il tempo.

La cosa difficile è che non passa con i massaggini, né con la pratica. Se ne va quando vuole lui, o forse chissà, quando si calma la mente. In dei momenti è così esasperante che tutto quello che vorresti è solo perdere la sensibilità dell’arto completamente.

Se ne parla poco. Neanche il fatto che una delle cantanti pop del momento, Lady Gaga, ne soffra è servito a molto. E’ stata data la notizia del concerto cancellato, della sua diagnosi difficile e poco più.

Eppure per chi lo vive ogni giorno il dolore cronico influenza tutte le giornate. Vivere nel dolore richiede un alto grado di accettazione e tanta pazienza. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha riconosciuto il dolore cronico come uno dei maggiori problemi mondiali di salute pubblica. ln Italia, il mal di schiena sembra essere al primo posto tra i dolori cronici, seguito da cefalea acuta ed emicrania.

Ma se il dolore cronico è così difficile da gestire, come conciliarlo con la pratica yoga, che richiede presenza e consapevolezza costante?

Soprattutto nella fase di meditazione, il dolore è un ostacolo grande da superare. Rimanere fermi in una posizione può essere fastidioso, se non doloroso. Per questo è importante adattare alle proprie necessità anche questa pratica: piccoli movimenti, respirazione profonda e qualsiasi cosa ci aiuti a stare a nostro agio. Trovare quel silenzio interiore che tanti cercano non è facile, ma è un alleato formidabile nell’accettazione e nel superamento del dolore.

Pratyahara: il distacco

Per la meditazione, secondo gli otto rami dello yoga, non basta controllare il respiro, trovare concentrazione e stare seduti nella posizione del loto. Per meditare veramente, è necessario trovare il distacco con i propri sensi. Per quanto assurda può sembrare questa frase la prima volta che la sentite, comincerà ad avere più senso via via che ci pensate.

Viviamo la nostra vita, fatta di dolori e felicità, difficoltà economiche e lavorative, successi scanditi dal denaro e dalla carriera, come se fossimo in una full immersion.

Tutto ciò che ci accade lo viviamo come protagonisti, come se ogni evento fosse estremamente importante e rilevante per la nostra felicità. Ma tutti noi sappiamo che la felicità non risiede soltanto nel nostro lavoro, in quanti soldi facciamo e quanto stanno bene le persone attorno a noi. Esistono momenti di up e momenti di down nella vita di tutti noi. Quanto è più facile vivere questa alternanza se riusciamo a tirarci un po’ fuori dalle nostre vite e guardarle come se fossimo spettatori? Gioia e dolore vissuti in maniera consapevole hanno tutto un altro gusto!

Nell’accettazione del dolore il ritiro dei sensi calza a pennello!

Io non sono il mio dolore è il nostro mantra! E via allora di respiri profondi! Vediamo se riusciamo davvero a convivere con questo ospite inatteso nel modo più gioioso possibile!